Igor Koller
Il guerriero dell’Est

Dalla ‘Via attraverso il Pesce’
sulla Sud della Marmolada, alle
montagne di tutto il mondo. La storia
di Igor Koller è anche la storia del contributo
degli alpinisti dell’Est dagli anni
‘70 e ‘80 all’alpinismo mondiale.

Si chiama così per quella caratteristica nicchia in centro alla placca, dalla forma vagamente rassomigliante a quella di una balena: Via attraverso il Pesce, passaggio obbligato e anche unico cenno di cedimento in un impressionante oceano grigio di calcare. Il nome di Igor Koller è legato alla grandiosa apertura di quella via sulla parete Sud della Marmolada, che nel 1981 decretò un salto in avanti dal punto di vista tecnico e psicologico per l’apertura di nuove vie sulle Alpi. La prima salita del Pesce aprì le porte del VII grado sulle Alpi, anche se almeno inizialmente la portata dell’impresa non fu pienamente compresa. I due cecoslovacchi, interpreti di una cultura alpinistica lontana da quella occidentale, passarono con l’uso di 25 chiodi intermedi e con l’uso di 15 chiodi di progressione oltre che quello di nuts, friends, sky-hooks e cliff-hangers, anche questi usati per la progressione. In quanto aperta non in arrampicata libera ma con l’uso dei mezzi di progressione artificiali, la via subì il giudizio negativo da parte dei puristi e venne almeno inizialmente snobbata. Si sapeva dalle relazioni che la linea era estremamente severa, 900 metri di parete con un susseguirsi di passaggi di 6b, tiri continui sul 6b+ e passaggi in artificiale di A0 e A1 su ancorette. Eppure non fu chiara da subito la portata della salita. Con l’uso delle protezioni rimovibili nei tratti in artificiale Koller e Šustr dimostrarono che non era necessario ricorrere sempre al perforatore. In ogni caso si dovette attendere il primo tentativo di ripetizione di Manolo, Heinz Mariacher, Luisa Iovane e Roberto Bassi nel 1983 per comprendere quanto fosse stata significativa tecnicamente quella prima salita.


Quei tre giorni di ascensione di Igor Koller e Jindrich Šustr (allora diciassettenne) portarono la scuola cecoslovacca alla ribalta delle cronache alpinistiche mondiali, non soltanto per il coraggio mostrato in apertura ma anche per quella stranezza di arrampicare in parete con delle scarpe che non erano propriamente convenzionali. I paesi dell’Est e la Cecoslovacchia erano allora una terra lontana, soprattutto nell’immaginario collettivo. Quei pochi che erano stati ad arrampicare sulle torri di arenaria al ritorno avevano raccontato di vie chiodate a distanza siderale e di voli lunghissimi su cordini incastrati in qualche modo nelle fessure. E poi, soprattutto, si favoleggiava della scalata sulle torri usando scarpe di pezza tipo quelle della nonna. Igor Koller la racconta così: «Non esistevano scarpette specifiche e le risorse economiche erano generalmente molto limitate. Ci sono voluti anni prima che le scarpette con suola in gomma liscia, tipo EB, Boreal o La Sportiva venissero importate in Cecoslovacchia. Anche quando si trovavano, costavano cifre improponibili.

Ci si arrangiava con quello che c’era. Avevamo capito sin dall’inizio che per l’arenaria le calzature morbide a suola liscia erano molto meglio rispetto al carro armato rigido degli scarponi da montagna, quindi per non arrampicare a piedi nudi o con i calzini si usavano diverse varianti di babbucce da casa con la tomaia in feltro e la suola in gomma. Purtroppo la tomaia, soprattutto in punta, si consumava molto rapidamente, poteva capitare a metà di una via di ritrovarsi con le dita dei piedi fuori dalle scarpe.

Inoltre le babbucce tendevano a scalzarsi dai talloni. Per ovviare a questi due inconveniente il collo del piede veniva avvolto con una variante locale dell’american duck tape. Il nastro adesivo, fasciato stretto attorno al collo del piede assicurava - almeno per il tempo necessario a salire una via - una calzata accettabile. La scarpa poteva essere usata per un po’ di volte fino a quando il feltro non si sfondava definitivamente».

Nel tempo questa ricerca di materiali e calzature adatte alle altissime difficoltà portò Koller - almeno fino a quando divenne un utilizzatore e testimonial di scarpe La Sportiva, alcuni anni dopo il suo capolavoro sulla Marmolada - a sperimentazioni quantomeno bizzarre. Nonostante le condizioni difficili in cui quel gruppo di fortissimi scalatori dell’Est si muoveva sulle Alpi in quegli anni - nel pieno della guerra fredda, quando Slovacchia e Repubblica Ceca erano ancora un’unica Nazione - Igor fu artefice di ardite prime ascensioni in Val Bregaglia, con salite di grido come sul Pizzo Badile e sul Pizzo Cengalo, ancora oggi temute e guardate con rispetto. Ispirato alla ferrea etica alpinistica acquisita sulle torri d’arenaria dell’Europa centrale Koller fu tra i primi portare sulle grandi pareti alpine uno stile pulito e rigoroso che tentava di replicare l’etica cecoslovacca e di minimizzare l’utilizzo di chiodi e ferraglia con cui si realizzavano prime ascensioni a quel tempo.

L’approccio all’apertura di nuove vie di Koller era sostanzialmente differente rispetto ai frequentatori abituali della Marmolada e in particolare di Heinz Mariacher.

«Ho iniziato ad andare in Marmolada nel ‘73 e da allora ho continuato ad aprire vie e a ripeterne. Avrò fatto 40 bivacchi in parete in Marmolada, in quegli anni. Avevo individuato una porzione di 300 metri di roccia dove non passava nessuna via e in quella zona avevo messo a fuoco quella che sarebbe diventata la ‘Via attraverso il Pesce’. Non ero l’unico a pensarci e a provare, anche Heinz Mariacher cercava una linea di salita da quelle parti». L’approccio dei due era sostanzialmente differente: Mariacher provava a salire sempre in arrampicata libera e senza utilizzare chiodi a pressione e se non ci riusciva, o per le difficoltà elevate o perché non in giornata, scendeva in doppia o tagliava su un altro itinerario più facile. Questo metodo teneva al centro l’etica e lo stile e restava fedele ad un’idea precisa in fatto di progressione: una somma di tentativi in libera per spingere il limite sempre più avanti. Il metodo di Koller era completamente diverso, a lui interessava aprire velocemente l’itinerario e non gli importava se doveva fare alcuni passi in artificiale, l’importante era non usare il perforatore. Il risultato di questa visione è la ‘Via attraverso il Pesce’ che fu aperta in tre giorni continuativi di arrampicata, effettuando rischiosissimi passaggi di libera e di artificiale delicatissima sui cliff. In tre giorni, inaspettatamente, fu fatto un enorme balzo in avanti nel mondo del possibile dell’arrampicata libera. La via attraverso il Pesce non era solo una via nuova sulla Marmolada. Era una nuova via. Un nuovo modo di guardare alle difficoltà e alla progressione. Quella era la porta di ingresso nell’arrampicata del futuro. Si trattava da lì in avanti, di preoccuparsi più della capacità tecnica e dell’allenamento che del coraggio e della possibilità di sopravvivere.